14 Marzo 2026
Le Ragioni del No
La riforma sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo si ripropone di separare i giudici dai pubblici ministeri, sul piano organizzativo e formativo, con l’intento di rafforzare la terzietà del giudice. Non solo separando le carriere, che sono già sostanzialmente separate (solo pochissimi passano da una funzione all’altra), ma dividendo l’organo di governo che ora è unico (il CSM), in tre organi distinti e formati con nuovi criteri.
I problemi del nostro sistema giudiziario sono noti: inefficiente, corporativo, politicizzato. Questa riforma però non li risolve, anzi per alcuni aspetti li aggrava.
Non incide sull’efficienza dei processi, come è stato riconosciuto dai suoi stessi proponenti.
Il problema della lentezza dei processi ha cause più banali delle architetture costituzionali e deriva soprattutto dalla carenza di personale e di mezzi materiali, come dimostra la diffusione dei giudici onorari (tipicamente avvocati) che oggi gestiscono una quota significativa del carico giudiziario (oltre il 50% della giustizia di primo grado), aspetto che non viene toccato nè dalla separazione delle carriere nè dalla riforma proposta.
Peraltro la riforma aumenterà il costo di gestione del sistema, in quanto la duplicazione degli organismi avverrebbe anche per i Consigli Giudiziari che operano a livello locale (presso ogni Corte d’Appello).
La separazione in due CSM autoreferenziali rischia poi di rendere questi organismi ancora più corporativi, in particolare per i pubblici ministeri, che oggi sono invece una minoranza all’interno del CSM unitario.
Per quanto riguarda la politicizzazione, la riforma introduce un sorteggio asimmetrico che riduce in effetti la forza delle correnti interne alla magistratura, ma rafforza la componente partitica. I membri “laici” saranno estratti da una lista di esperti (professori ordinari in materie giuridiche e avvocati con anni di esercizio) indicati dal Parlamento, mentre i “togati” sorteggiati fra tutti i magistrati potranno essere inesperti e non interessati agli aspetti gestionali, una disparità di livello che comporta inevitabilmente una disparità di peso decisionale.
Agli orientamenti politici dei magistrati si sostituiranno i condizionamenti provenienti dal Parlamento e quindi dai partiti politici, in contraddizione con il principio di indipendenza della magistatura.
Inoltre sostituendo il metodo elettivo con l’estrazione a sorte, viene meno il principio di rappresentanza democratica. Il sorteggio cancella la rappresentatività dei componenti togati del CSM, privando i magistrati della facoltà di svolgere in modo democratico il dovere costituzionale di autogoverno della magistratura.
La formazione di divisioni della magistratura secondo diversi orientamenti non ha di per sé nulla di negativo. Attualmente dei 20 componenti “togati” del CSM, 7 aderiscono ad una associazione orientata a sinistra, 7 ad una orientata a destra, 4 ad una di centro e 2 a nessuna corrente.
La porzione togata del CSM costituisce la forma in cui si esprime l’autonomia della magistratura, che è condizione fondamentale della sua indipendenza da ogni altro potere.
Sarebbe dunque opportuno che tale autogoverno sia svolto in nome di tutti i magistrati secondo un metodo democratico. Il metodo democratico è un principio fondamentale dell’ordine costituzionale, e la sua applicazione è auspicabile non solo negli organismi politici ma in ogni ambito in cui un insieme decide su aspetti che riguardano tutti i suoi membri. Tanto più nel caso della magistratura, i cui rappresentanti formano un organo di rilevanza costituzionale.
Non ci sono garanzie che consiglieri sorteggiati assegnino le nomine degli uffici giudiziari in modo più meritocratico e non siano invece influenzati dai consiglieri laici di nomina politica o dalle proprie personali convinzioni politiche. I sorteggiati avranno ugualmente orientamenti politici, come ogni cittadino, ma non dovranno più risponderne a chi li ha eletti, quindi se esposti a pressioni saranno più liberi di seguirle arbitrariamente senza alcuna responsabilità.
Per evitare che alcuni magistrati siano influenzati dalle diverse fazioni politiche, si rischia così che siano influenzati da un sola fazione, cioè la maggioranza di turno.
L’estrazione a sorte poi non consente di selezionare i migliori e i più adatti al compito. Il CSM oltre a svolgere le funzioni di amministrazione e di rappresentanza del potere giudiziario, fornisce proposte e pareri al ministro della Giustizia. Essere idonei a svolgere le funzioni di magistrato non equivale ad essere idonei a governare la magistratura.
Anche ammesso che il CSM abbia fatto un cattivo uso dell’autonomia della magistratura adottando logiche di casta, non è una buona ragione per rinunciare a questa autonomia, che è una garanzia di indipendenza dagli altri poteri dello stato.
Il correntismo si poteva depotenziare anche intervenendo con la legislazione ordinaria sui meccanismi elettorali del CSM o introducendo criteri più oggettivi e selettivi nel conferimento degli incarichi direttivi.
Anche la nuova Alta Corte è un pasticcio.
Si occuperà solo delle violazioni disciplinari e quindi non potrà sanzionare gli errori giudiziari e neanche perseguire eventuali reati dei magistrati, che sono competenza della giustizia ordinaria. Ma non potrà neppure rimuovere, trasferire o sospendere i magistrati sanzionati disciplinarmente, perchè lo vieta l’articolo 107 della costituzione, anche nella formulazione modificata dalla riforma.
L’Alta Corte proposta pochi anni fa dal PD, era invece altra cosa e cioè un organismo di appello per le decisioni disciplinari del CSM.
La riforma oggetto del referendum non stabilisce poi quanti componenti togati comporranno i collegi dell’Alta Corte chiamati a esprimere i giudizi disciplinari, nè il criterio di formazione della lista da cui estrarre i consiglieri laici del CSM (oggi è richiesta l’approvazione dei tre quinti del Parlamento), lasciando questi aspetti determinanti alle successive leggi ordinarie, decise quindi dalla maggioranza parlamentare di turno.
Semmai si potevano prevedere ulteriori strumenti di trasparenza a supporto della valutazione dei magistrati da parte del CSM ed eventualmente intervenire sui requisiti di archiviazione delle segnalazioni disciplinari presso la procura generale di Cassazione o estendere le facoltà di ispezione e di ricorso già attribuite al ministero della Giustizia (di cui peraltro sta facendo scarso uso).
Oltre a questi problemi, la riforma apre la strada ad altre conseguenze pericolose.
Separando la cultura del magistrato requirente da quella del magistrato giudicante, si rafforza come detto la terzietà del giudice, ma nel contempo si riduce l’imparzialità del pubblico ministero, che è una garanzia di ricerca della verità dei fatti durante la fase di indagine (ad esempio nella ricerca degli elementi a discarico) e interviene anche in alcuni casi della giustizia civile.
Questo avvicina i pubblici ministeri alle esigenze securitarie, come nei paesi in cui sono sottoposti al governo e a discapito delle garanzie per il cittadino.
Minori garanzie che interesseranno i comuni cittadini ma non i parlamentari, che godono di immunità da perquisizioni e intercettazioni senza previa autorizzazione del Parlmento.
I paesi dove i pubblici ministeri dipendono dal governo, oltre che avere comunque sviluppato nel tempo dei contrappesi istituzionali o consuetudinari, si basano su ordinamenti più antiquati di quello istituito dalla nostra Costituzione.
Tanto è vero che l’Unione Europea, in particolare nella creazione della procura europea (European Public Prosecutor Office) ha indicato il nostro sistema giudiziario come riferimento, sia per l’obbligatorietà dell’azione penale, sia per il modello di magistrato requirente definita dall’ordinamento italiano, come esempio di indipendenza delle indagini dal potere esecutivo e per l’elevato livello di tutela dello stato di diritto.
Quindi in sostanza, con il pretesto di completare la separazione fra le due funzioni della magistratura, rafforzando la terzietà del giudice e riducendo il potere del correntismo, la riforma aumenta l’influenza politica sulla magistratura e riduce l’autonomia della magistratura.
Alcune di queste criticità potevano essere evitate da un confronto tra maggioranza e opposizioni per cercare soluzioni condivise su come evitare distorsioni, come dovrebbe essere sempre auspicabile quando si modifica la Costituzione, nata proprio da un lungo confronto tra culture politiche differenti. L’attuale maggioranza ha invece voluto forzare una riforma di parte, imponendo i cambiamenti che piacciono al governo.
Il motivo di questo approccio può forse essere più chiaro allargando lo sguardo a considerare il contesto: il potere esecutivo ha da tempo soffocato il Parlamento, riducendolo ad approvare le leggi proposte dal Governo; ha in cantiere la riforma del cosiddetto premierato, che si propone di ridimensionare ulteriormente il ruolo del Parlamento e del Capo dello Stato; sta fabbricando una legge elettorale che rafforza la prevalenza della maggioranza di turno, e chiede pubblicamente di continuo al potere giudiziario di assecondare le proprie politiche.
Non si può quindi evitare di considerare questa riforma come parte di un disegno più ampio di modifica dell’architettura istituzionale, per indebolire le funzioni del Parlamento e del sistema giudiziario ed accentrare più potere nella funzione esecutiva, cambiando gli equilibri fondamentali della Costituzione.
Per tutte queste ragioni, il Partito Democratico è contrario a questa riforma e chiede di votare No al referendum del 22 e 23 Marzo.
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